Vetrina Vesuvio

sabato 19 settembre 2026

«Fammi questa grazia, Gennaro!»

“Sorelle e fratelli,

quest’anno vorrei chiedere a San Gennaro una grazia.

Ma non per oggi. Per l’anno prossimo.

È una grazia strana, lo so. Forse perfino troppo grande.

Ma i santi servono anche a questo: a ricordarci che ci sono preghiere che sarebbe vigliacco non avere il coraggio di pronunciare.

Gennaro, se il tuo sangue deve sciogliersi, si sciolga ancora.

Ma fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. L’unico sangue versato. L’unico sangue che avremo atteso di vedere scorrere. Il tuo.

Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi.

Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti.

Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina.

Non voglio più aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima città distrutta, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia.

Non perché voglia dimenticarli. Ma perché voglio che non ce ne sia più bisogno.

Sono stanco di un’umanità che prima produce vittime e poi costruisce monumenti per piangerle.

Sono stanco delle nostre commemorazioni perfette e delle nostre paci impossibili.

Sono stanco di vedere l’uomo diventare bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli.

E davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra. Il male più grande è abituarsi alla guerra.

È svegliarsi la mattina, accendere un telefono, vedere una città bruciare e continuare a fare colazione.

È ascoltare il numero dei morti e non vedere più i morti. Cinquanta. Cento. Mille.

Come se oltre una certa cifra il dolore smettesse di avere un nome.

Come se un bambino morto cento volte diventasse una statistica.

No. Il sangue non è una statistica. Il sangue ha sempre un nome. Ha una madre. Ha una casa. Ha un odore. Ha qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare un posto in più, almeno con gli occhi.

Ed è per questo che il Vangelo di oggi mi fa paura.

Gesù dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».

Il mondo. Non questa terra bellissima. Non gli uomini e le donne che Dio ama.

Nel Vangelo di Giovanni il “mondo” è anche un meccanismo.

È quel sistema invisibile che comincia a funzionare ogni volta che un uomo decide che la vita di un altro vale meno della propria.

Il mondo comincia lì. Quando l’altro diventa un ostacolo. Quando l’altro diventa un numero. Quando l’altro diventa un bersaglio. Quando l’altro non è più fratello, ma nemico.

E allora tutto diventa possibile. Diventano possibili le bombe. Le rappresaglie. I massacri. Le fosse. I bambini sotto le macerie. Diventa possibile perfino inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. Ma una madre che perde un figlio non conosce il linguaggio della geopolitica.

Conosce soltanto una parola. Figlio. E quella parola dovrebbe bastare a fermare il mondo.

Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido. Non un comunicato. Non una prudente dichiarazione. Un grido.

Fermatevi.

Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue. Voi che pensate che una vittoria possa ancora chiamarsi vittoria quando bisogna costruirla sopra il corpo di un bambino.

Fermatevi. Perché non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la bara di un innocente.

Non esiste ragione di Stato capace di restituire un figlio a sua madre. Non esiste vittoria militare che possa trasformare il sangue di un bambino in qualcosa di giusto. La pace avrà certamente bisogno della politica. Avrà bisogno della diplomazia. Avrà bisogno del diritto.

Ma prima ancora avrà bisogno di una cosa molto più semplice e infinitamente più difficile: riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare.

Ma sarebbe troppo facile oggi guardare lontano. Palestina. Ucraina. Le guerre del mondo. Perché il Vangelo non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa.

E allora devo parlare a te, Napoli. A te, città mia.

Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono i tuoi vicoli. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. Lo conoscono i ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. Lo conoscono le famiglie che abbassano gli occhi. I commercianti che hanno paura. Gli uomini e le donne a cui viene chiesto di scegliere tra il coraggio e la sopravvivenza.

La camorra è guerra.

Una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.

Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia.

Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia.

E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.

Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino.

Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce.

Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome.

La camorra è bestemmia.

È bestemmia perché prende ciò che Dio ha creato libero e lo rende schiavo. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.

E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni.

Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo.

Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria.

Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà.

E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi.

Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.

Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori.

Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.

Fammi la grazia dell’anno prossimo.

Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.

Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.

Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.

Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.

Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.

Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.

Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.

Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.

Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.

Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.

E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio. Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.

Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.

E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.

Una cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca. Sapere che se uno scivola, l’altro lo tiene. Che la salita non appartiene al più forte, ma a tutti. Che per andare più in alto bisogna legare la propria vita a quella degli altri.
Tra istituzioni e cittadini. Tra scuola e famiglia. Tra Chiesa e territorio. Tra associazioni e servizi. Tra chi ha responsabilità pubbliche e chi ogni giorno vive nelle periferie. Tra chi possiede competenze e chi porta sulle proprie spalle l’esperienza concreta delle ferite. Una cordata nella quale nessuno pensi di poter fare tutto da solo. E nessuno si senta autorizzato a dire: «Non è affar mio».

E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.

E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla.

La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?»

E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo.

L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi.

Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello.

Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità.

Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.

Gennaro, se il tuo sangue vuole sciogliersi, si sciolga ancora. Ma poi basta. Basta sangue.

Basta ragazzi uccisi. Basta bambini sotto le macerie. Basta madri senza figli. Basta uomini convinti che uccidere sia una soluzione. Basta mafie. Basta camorre. Basta guerre.

Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo.

Amen.

Napoli, 19 settembre 2026 

don Mimmo Battaglia -Cardinale Arcivescovo


venerdì 18 settembre 2026

𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐚 𝐏𝐫𝐨𝐜𝐚𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚 "𝐔𝐧 𝐬𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐞": 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐧𝐚𝐩𝐨𝐥𝐞𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐚𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐌𝐀 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐆𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐈

Prima napoletana per la preside e scrittrice Angela Procaccini, che presenterà il suo ultimo libro
“Un sorso di Mare”, lunedì 21 settembre alle ore 18 presso la Mondadori Ma, Galleria Umberto I Napoli. Il volume è pubblicato dalla Giannini Editore nella collana Sorsi.
  • Dopo i saluti di Giulia Giannini della Giannini Editore, dialogheranno con l’autrice:
  • Umberto Masucci Presidente International Propeller Clubs,
  • Rosalba Giugni Presidente Marevivo e
  • Stefano Lanfranco Presidente Associazione Life.
  • Modera la presentazione Tiuna Notarbartolo giornalista e direttrice del Premio Elsa Morante.
“Un sorso di Mare” è un breve libro che ritrae figure reali o mitologiche legate al mare, non inteso come semplice paesaggio ma identità, grembo e maestro. Angela Procaccini affida all’elemento marino il compito di custodire l’indicibile: il dolore, la perdita, la memoria, la trasformazione. Le creature del mare: reali, simboliche, mitiche, diventano specchi dell’anima e metafore di una “spregiudicata capacità di accettare il destino”, che non è resa ma coraggio silenzioso. Parthenope, Giulia Civita Franceschi, Giovanni Ajmone Cat, Rosalba Giugni incarnano diverse declinazioni di appartenenza all’orizzonte marino: mito, educazione, esplorazione, difesa della vita. Ne nasce un libro breve e intenso, salato e vitale, in cui il mare diventa spazio di coscienza e di rinascita, luogo dove il dolore si trasforma in canto e l’amore resta luce sull’acqua.
Angela Procaccini è insegnante e poetessa. La sua scrittura nasce dall’esperienza educativa e da un profondo legame con il mare, elemento centrale della sua riflessione umana e spirituale. Autrice di testi poetici e narrativi, coniuga parola, memoria e impegno civile in una ricerca che intreccia dolore, amore e coscienza ambientale.

Affabulazione - Espressioni della Napoli policentrica | Le attività si svolgono dal 20 settembre al 10 dicembre 2026

Dal 20 settembre la quinta edizione della rassegna di teatro, musica e danza promossa dal Comune di Napoli e finanziata dal Fondo Nazionale per lo Spettacolo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura.
In programma quattordici progetti che coinvolgono sei Municipalità in un percorso gratuito dedicato a generi letterari e ambiti sonori differenti

Su il sipario sulla quinta edizione di Affabulazione - Espressioni della Napoli policentrica, la rassegna di teatro, musica e danza promossa dal Comune di Napoli con il sostegno economico del Fondo Nazionale per lo Spettacolo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura, destinato alla realizzazione di eventi live e laboratori in città, diffusi secondo un criterio policentrico per favorire inclusione sociale, riequilibrio territoriale e valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale.

Le attività si svolgono dal 20 settembre al 10 dicembre.
Quest’anno sono 14 i progetti selezionati attraverso un Avviso Pubblico, per un totale di 130 appuntamenti di spettacoli dal vivo e 242 tra laboratori, incontri e workshop, tutti con ingresso gratuito, pronti a dar forma a un unico grande cartellone autunnale al fine di creare connessioni tra e con le periferie.
L’obiettivo dell’Amministrazione Comunale non è solo sostenere la produzione artistica, ma generare un impatto socio-economico positivo, attraendo spettatori dal centro verso i quartieri e offrendo visibilità alle tante realtà creative locali.

La principale novità di quest’edizione di Affabulazione - Espressioni della Napoli policentrica è la sua declinazione tematica.
Ogni Municipalità coinvolta è stata abbinata a specifici generi letterari e musicali e tutti gli spettacoli e i laboratori proposti in un determinato territorio si ispirano a quelle atmosfere, dando vita a sei grandi distretti narrativi:

• Municipalità 4 (Poggioreale e Zona industriale): il noir/giallo e la musica blues e soul.
• Municipalità 6 (Ponticelli, San Giovanni, Barra): la commedia e l’umorismo e la musica funky e jazz.
• Municipalità 7 (Secondigliano, Miano, San Pietro a Patierno): il filone storico/biografico e la musica classica.
• Municipalità 8 (Scampia, Piscinola, Marianella, Chiaiano): il genere avventura/epico e la musica rock.
• Municipalità 9 (Soccavo, Pianura): la letteratura per ragazzi/di formazione e la musica hip hop, ska e reggae.
• Municipalità 10 (Fuorigrotta, Bagnoli): le suggestioni fantasy e di fantascienza e la musica elettronica.

Parte dell’iniziativa, realizzata con un finanziamento di circa 900 mila euro, è anche la fruizione in chiave inedita di luoghi fuori dai circuiti tradizionali per gli spettacoli dal vivo, come parchi, chiese, istituti scolastici, biblioteche, centri polifunzionali.

Numerosi gli artisti che partecipano alla rassegna: tra gli altri, Valerio Aprea, Andrea Bacchetti, Fabrizio Bosso, Cloris Brosca, Paolo Caiazzo, Lino D’Angiò, Maurizio de Giovanni, Stefano Di Battista, Francesco Di Leva, Cristina Donadio, Roberta Gambarini, Javier Girotto, Lello Giulivo, Biagio Izzo, Peppe Lanzetta, Dado Moroni, Adriano Pantaleo, Patrizio Rispo, Gino Rivieccio, Daniele Sepe e Marco Zurzolo.

martedì 15 settembre 2026

Napoli - Maschio Angioino | "Cortile in Festa"

Il cortile del Maschio Angioino, ospiterà "Cortile in Festa", una mini rassegna di teatro e musica promossa e finanziata dal Comune di Napoli nell’ambito della programmazione culturale 2026.

Con la direzione artistica di Lello Arena, la rassegna si pone l’obiettivo di mettere in dialogo la cultura e lo spettacolo contemporaneo con uno dei luoghi simbolo della storia della città. Per tre serate, a partire dalle 20:30, musica, teatro, comicità, monologhi, trasformismo e performance dal vivo accompagneranno il pubblico all’interno delle storiche mura del Castello, creando un percorso di intrattenimento pensato per coinvolgere spettatori di tutte le età.

Ogni appuntamento prevede, oltre allo spettacolo serale, un preshow e l’intervento di una guest star, concepito come momento di apertura, accoglienza e introduzione alla serata.

IL PROGRAMMA
  • GIOVEDÌ 17 SETTEMBRE 2026 – ORE 20:30
La serata inaugurale vedrà il preshow del trio comico Gli Ancora No. Guest star d’eccezione Lello Arena, direttore artistico della rassegna. Chiude la serata Paolo Caiazzo con lo spettacolo “Boomer”.
  • VENERDÌ 18 SETTEMBRE 2026 – ORE 20:30
Il preshow sarà affidato al concerto di Fabrizio Mandara & JC con Antonio Di Francesco, tra tradizione e melodia pop. Guest star della serata il cantautore Roberto Colella: autore, compositore e polistrumentista, per 12 anni frontman della band La Maschera, ha pubblicato di recente il suo album da solista dal titolo “Ce Sta Sempe Na Via”.Segue lo spettacolo di Maria Bolignano, l’attrice e comica napoletana che si esibirà con lo spettacolo dal titolo "Gli uomini però sanno parcheggiare".
  • SABATO 19 SETTEMBRE 2026 – ORE 20:30
La serata conclusiva prevede il preshow di Mery Esposito con sketch comici, umorismo napoletano in cui è facile rispecchiarsi e ai contenuti lifestyle. Attualmente attrice nella serie comica "Scomode – In 5 sul divano". Guest star il cantautore Dario Sansone. Il frontman dei Foja con la carriera da solista conferma le sue capacità artistiche tra parola, suono, immagine e musica, confermandosi artista a tutto tondo. Protagonista finale della serata Luca Lombardo, artista poliedrico napoletano, con una speciale versione dello spettacolo “Poubelle – Un clochard a corte”, adattata appositamente per la cornice del Maschio Angioino. La performance combina mimo, comicità, dialoghi, trasformismo, magia e clownerie.
Ingresso: Gratuito ma con prenotazione obbligatoria tramite la piattaforma ETES.it.

SPINACORONA: passeggiate musicali napoletane

Un decennale da celebrare in dieci preziosi siti del centro storico, con un “ospite d’onore” d’eccezione: Ludwig van Beethoven, simbolicamente presente attraverso la sua musica. Torna con una speciale anteprima il 27 settembre ‘Spinacorona, passeggiate musicali napoletane' (2-4 ottobre), l’originale festival itinerante ideato e diretto da Michele Campanella, promosso e finanziato dal Comune di Napoli nell'ambito di Napoli Città della Musica, con il coordinamento artistico di Giovanni Oliva e la produzione di Artetica

Solo Napoli può offrire a tutti, cittadini e turisti, l'esperienza preziosa di una maratona musicale gratuita di altissimo livello qualitativo. Per la sua decima edizione il festival propone una monografia inusuale dedicata a Ludwig van Beethoven, anticipando le celebrazioni per il bicentenario della morte nel 2027,  un’antologia della produzione sinfonica, vocale, cameristica e pianistica nella quale accanto a pagine ricorrenti nel repertorio come il Trio L’Arciduca, la Prima Sinfonia, la Serenata op.8 e la Primavera op.24 compariranno alcune gemme di raro, talvolta rarissimo, ascolto come il Concerto Triplo op.56, il ciclo vocale “Adelaide, le Variazioni Diabelli o il Rondò per un soldo perduto per pianoforte.

“Dieci anni del Festival Spinacorona, un anniversario di grande importanza che ci apprestiamo a celebrare e che testimonia la cura e la dedizione nell'organizzazione di una rassegna tanto attesa nella nostra città. Un appuntamento che si rinnova ogni anno e che da sempre è stato accolto con grande partecipazione da parte dei napoletani e dagli appassionati di musica classica. Spinacorona ha apportato un grande contributo alla nostra programmazione culturale, portando la musica classica fuori dai luoghi tradizionalmente deputati ad accoglierla, per diffonderla tra le strade della città, in siti suggestivi e attentamente individuati, a dimostrazione di una visione condivisa dell’arte accessibile e vicina alle persone” – dichiara il sindaco Gaetano Manfredi. “Un augurio va anche e soprattutto al Maestro Campanella, la cui passione profusa nella realizzazione del Festival ha reso possibile la conferma di uno degli appuntamenti più attesi nell’ambito delle iniziative di Napoli Città della Musica. A lui va dunque il nostro ringraziamento per aver contribuito in questi dieci anni a costruire un percorso di arte che è ormai parte integrante della vita culturale della città”.

“Quando le cifre diventano due e appare il numero dieci – dichiara Michele Campanella – ci si sente confortati da un ricco passato e pronti alla seconda decade di musica. Abbiamo scelto per questo traguardo importante la benedizione di Ludwig van. Sarà un bellissimo festival”.
Dopo l’anteprima domenica 27 settembre con la prestigiosa Orchestra della Toscana e i solisti Simone Spadino, Florian Berner e Michele Campanella l’originale maratona tra musica ed arte ripartirà venerdì 2 ottobre con una Conferenza-concerto del Direttore artistico per tracciare un profilo “familiare” e inconsueto del Compositore. Poi, fino a domenica 4, altri 9 concerti tutti ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti, programmati in luoghi raggiungibili facilmente anche a piedi per consentire che sia fruibile l'intero cartellone; il format ormai rodato si consolida, sia per le adesioni di musicisti di prestigio che per la qualità dei siti coinvolti, confermandosi uno degli eventi più attesi nel panorama culturale partenopeo.

A Campanella e a un nutrito gruppo di artisti e complessi italiani (l’Orchestra della Toscana, i violinisti Simone Spadino e Daniele Orlando, la violoncellista Silvia Chiesa, il baritenore Mirko Guadagnini e i pianisti Monica Leone, Enrica Ruggiero, Stefania Cafaro, Maurizio Baglini, Filippo Gamba e Andrea Padova) si affiancheranno l’austriaco Florian Berner, il francese Dominique de Williencourt, lo statunitense Ralph Evans, la giapponese Kyoko Yonemoto, l’italorussa Anna Serova e l’estone Miina Järvi, esponente di una delle famiglie musicali di origine baltica di maggior rilievo.


I LUOGHI TRA CONFERME E NOVITÀ - Particolare cura è stata posta come ogni anno nella scelta dei luoghi, ampliando il numero dei siti coinvolti. Il Festival tornerà alla Basilica del Carmine, alla Biblioteca Universitaria, a Santa Maria di Costantinopoli, a Sant’Eligio Maggiore e, dopo nove anni, a San Giovanni a Carbonara e alla Trinità dei Pellegrini mentre per la prima volta entrano nel circuito di Spinacorona sedi prestigiose quali la Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, la Chiesa dei Santi Apostoli e la Chiesa di San Pietro a Majella. Una intenzione speciale, nella scelta dei luoghi, porta nuovamente la musica di Spinacorona anche a San Giovanni a Mare, la Chiesa dei Cavalieri di Gerusalemme sorta nel XII Secolo proprio sulla riva per testimoniare il legame indissolubile tra la Sirena Partenope e il mare a cui appartiene.


LA STORIA –Dal 2017 al 2025  Spinacorona – ricorda Giovanni Olivaha proposto 162 concerti in 58 diverse sedi oltre alla serie delle Sinfonie di Beethoven trascritte da Liszt registrate per RAI 5 e allo Special Beethoven in Reggia fruibile sul canale YouTube del festival e vuole essere ancora un invito a scoprire o riscoprire Napoli attraverso il linguaggio universale della Musica, non rappresentando solo un appuntamento culturale di riconosciuto livello, ma anche un omaggio alla città e alle sue inestimabili ricchezze, richiamo imperdibile per cittadini e turisti”

Grazie alla sua formula coinvolgente e inclusiva, il consolidato format attrae sempre più a Napoli anche un flusso importante di turismo colto ed appassionato, sia dall'Italia che dall'estero, visitatori entusiasti e pronti ad una esperienza artistica e sensoriale unica che fonde la bellezza storico-architettonica ad una proposta originale e preziosa di musica sinfonica e cameristica eseguita da ensemble e solisti prestigiosi apprezzati nel mondo  Spinacorona - Cultura Comune di Napoli 

Progetto DiverGente2 - L’arte che educa, il teatro che diventa occasione di crescita, la scenografia come linguaggio dell’inclusione.

L’arte che educa, il teatro che diventa occasione di crescita, la scenografia come linguaggio dell’inclusione. È questo il cuore di DiverGente 2, il progetto che continua a investire sul talento e sulle potenzialità dei più piccoli attraverso laboratori artistici ed esperienziali dedicati al contrasto della povertà educativa e alla promozione dell’inclusione sociale.

Il primo importante traguardo del progetto è stato celebrato lo scorso 15 luglio, con la conclusione delle attività laboratoriali avviate nel marzo 2026. Un appuntamento che ha rappresentato molto più di una semplice festa di fine laboratorio: è stato il momento in cui bambini, famiglie, educatori e operatori hanno condiviso i risultati di mesi di lavoro costruiti intorno alla creatività, all’ascolto e alla relazione.

Protagonisti della giornata sono stati i bambini dell’Istituto Comprensivo Ada Negri e del centro “Il Meraviglioso Mondo di Mely”, che hanno dato vita a un percorso scenico nato dalla realizzazione condivisa delle scenografie, dalla sperimentazione teatrale e dal movimento espressivo. Un’esperienza che ha consentito ai partecipanti di sviluppare competenze relazionali, capacità espressive e maggiore consapevolezza di sé.

I numeri raccontano la dimensione dell’intervento: 140 bambini coinvolti, decine di famiglie partecipanti e una rete educativa composta da scuole, associazioni e operatori culturali che hanno lavorato insieme per costruire contesti di crescita capaci di valorizzare ogni differenza come una risorsa.

«Quello che abbiamo vissuto in questi mesi supera il semplice risultato progettuale», spiegano gli organizzatori. «Abbiamo visto bambini acquisire sicurezza, collaborare, mettersi in gioco e trovare nel teatro uno spazio libero in cui raccontarsi. È la dimostrazione che l’arte può diventare uno straordinario strumento educativo e sociale, capace di generare fiducia, appartenenza e nuove opportunità.»

Progetto DiverGente2

Determinante il contributo degli artisti Gianluca Guarino e Ramona Pisano, che hanno guidato i laboratori di teatro e scenografia accompagnando i bambini in un percorso creativo basato sull’esperienza diretta, sull’immaginazione e sulla costruzione collettiva.

Fondamentale anche la collaborazione tra i partner del progetto – Me.Ti. Cooperativa Sociale, Associazione Culturale Sab Kuch Milega, Psicologi in Contatto e Associazione Muezzin – resa possibile grazie al sostegno del Ministero, che ha finanziato l’iniziativa riconoscendone il valore educativo e sociale.

Ma il percorso di DiverGente 2 è tutt’altro che concluso.

Dopo la positiva esperienza maturata nei primi mesi dell’anno, il progetto entra ora in una nuova fase. A partire dal 15 settembre, infatti, saranno coinvolti gli studenti dell’Istituto Federico Ozanam, insieme ai bambini dei quartieri Case Nuove, Arenaccia e Soccavo, che prenderanno parte a nuovi laboratori di scenografia, teatro e movimento scenico.

Un primo assaggio del lavoro che li attende è già stato proposto durante la rappresentazione teatrale “O’ Pacco”, occasione nella quale l’artista Ramona Pisano ha presentato ai ragazzi il percorso dedicato alla costruzione scenografica che caratterizzerà i prossimi mesi di attività.

L’obiettivo resta quello che ha ispirato il progetto sin dalla sua nascita: trasformare l’arte in uno strumento concreto di partecipazione, crescita e inclusione, offrendo ai bambini contesti nei quali sperimentare la collaborazione, sviluppare il pensiero creativo e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità.

Per gli organizzatori, ogni laboratorio rappresenta un investimento sul futuro della comunità: «Ogni bambino che scopre di poter esprimere liberamente il proprio talento è una possibilità in più per costruire una città più inclusiva. DiverGente 2 continua a dimostrare che cultura, educazione e partecipazione possono generare un cambiamento reale nei territori.»

Con il nuovo ciclo di attività, il progetto prosegue il proprio cammino nei quartieri di Napoli, portando il teatro e le arti sceniche là dove possono diventare strumenti di incontro, dialogo e crescita condivisa.

Perché la bellezza, quando viene coltivata insieme, è capace di trasformare le persone e le comunità. Comunicato Stampa

sabato 12 settembre 2026

Napoli | Certosa di San Martino

Situata in posizione panoramica sulla collina del Vomero, accanto al cinquecentesco Castel Sant'Elmo, la Certosa di San Martino rappresenta una delle immagini più iconiche di Napoli. Fondata nel 1325 da Carlo di Calabria, figlio di re Roberto d'Angiò, questo straordinario complesso religioso ha attraversato sette secoli di storia, trasformandosi da severo monastero gotico in uno dei più raffinati esempi di arte barocca italiana.

L'edificazione originaria fu affidata all'architetto e scultore senese Tino di Camaino, del cui progetto rimangono oggi i grandiosi sotterranei gotici, un'opera d'ingegneria di notevole rilevanza. Ma è tra il XVI e il XVIII secolo che la Certosa assume l'aspetto attuale: un susseguirsi di interventi che trasforma radicalmente il monastero medievale.

Il grande protagonista di questa metamorfosi è Cosimo Fanzago, che dal 1623 al 1656 imprime il suo segno inconfondibile su ogni ambiente del monastero. La sua straordinaria attività decorativa sostituisce le tradizionali geometrie con apparati ricchi di fogliami, frutti e volute stilizzate, creando effetti cromatici e volumetrici di eccezionale realismo. 

La Certosa è stata teatro dell'opera di alcuni tra i più importanti artisti della storia italiana. Oltre agli architetti Dosio, Fanzago e Niccolò Tagliacozzi Canale, hanno lavorato qui pittori del calibro di: Belisario Corenzio e il Cavalier d'Arpino, Battistello Caracciolo e Massimo Stanzione, Giovanni Lanfranco e Jusepe de Ribera, Luca Giordano e Francesco Solimena, Paolo De Matteis e Francesco De Mura.

Tra gli scultori spiccano Pietro Bernini, Domenico Antonio Vaccaro e Giuseppe Sammartino, che hanno contribuito a fare di San Martino una delle principali testimonianze del barocco italiano.

Nel 1866, con la soppressione degli ordini religiosi, la Certosa viene trasformata in museo per volontà di Giuseppe Fiorelli. Da allora, il Museo di San Martino è diventato il custode privilegiato della storia e della cultura artistica napoletana, raccogliendo opere d'arte e manifatture tradizionali da tutto l'ex regno borbonico assumendo fin dalla sua apertura al pubblico nel 1867 un ruolo fondamentale nella costruzione dell'identità napoletana e nazionale. 

La Certosa e Museo di San Martino rappresenta una tappa obbligata per chiunque voglia scoprire l'anima artistica di Napoli, dove architettura, pittura e scultura si fondono in una sintesi perfetta che racconta sette secoli di storia e bellezza.

ESPERIENZA DI VISITA

Il complesso monumentale certosino offre ai visitatori un'esperienza completa: oltre alla suggestiva Chiesa, al Quarto del Priore, ai chiostri storici e ai Giardini con le loro terrazze panoramiche che regalano vedute mozzafiato sulla città e sul golfo, è possibile ammirare le ricche raccolte museali acquisite tramite donazioni e acquisizioni, organizzate in diverse sezioni specialistiche:

Sezione Presepiale: custodisce la collezione più ricca di pastori del XVIII secolo, testimonianza dell'antica tradizione presepiale napoletana che ha reso famosa la città in tutto il mondo.

Sezione Navale: documenta la storia marittima del Regno di Napoli attraverso Lance reali, modelli e oggetti d'arte navale.

Sezione "Immagini e Memorie della Città e del Regno": un affascinante viaggio attraverso l'evoluzione urbanistica di Napoli, che racconta le trasformazioni della città e delle sue tappe storiche più significative a partire dal Rinascimento. E' qui che trova posto la celebre Tavola Strozzi, uno dei più preziosi documenti iconografici della Napoli quattrocentesca.

Sezione "Ottocento a Napoli": custodisce una prestigiosa raccolta d'arte del XIX secolo che documenta la vivace stagione artistica napoletana dell'Ottocento, con particolare attenzione alla celebre Scuola di Posillipo e alle trasformazioni sociali e culturali della città borbonica.

Sezione Teatrale: espone dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie e cimeli che illustrano temi del teatro a Napoli dalla prima metà dell'Ottocento: dalla storia del Teatro San Carlo a quella del Teatro San Carlino, con il celebre Modello al vero della Scena realizzato per l'Esposizione Nazionale di Torino del 1898, dalla maschera di Pulcinella agli allestimenti scenografici di Antonio Niccolini.

Cona dei Lani: il più imponente complesso fittile del Rinascimento meridionale, un polittico in terracotta dipinta, realizzato nel 1517 e proveniente dalla distrutta cappella dei Lani nella chiesa di Sant'Eligio al Mercato, bombardata nel 1943.