Vetrina Vesuvio

mercoledì 11 marzo 2020

Borgo Santa Lucia, storico rione di Napoli.

Borgo Santa Lucia (o, più semplicemente, Santa Lucia) è uno storico rione di Napoli. Esso sorge nel quartiere San Ferdinando, attorno all'omonima via che prende il nome dal santuario parrocchiale di Santa Lucia a Mare, la cui presenza è attestata sul litorale fin dal IX secolo, sebbene la leggenda la voglia fondata da una nipote di Costantino. I suoi abitanti sono chiamati lucìani.
La storia di Santa Lucia si identifica con la storia di Napoli. Parthènope fu fondata sul Monte Echia dai Cumani nell'VIII secolo a.C.
In epoca romana preimperiale, qui vi si sarebbe trasferito il generale romano Lucio Licinio Lucullo, che avrebbe innalzato la sua imponente e sfarzosa villa, conosciuta come Oppidum Lucullianum, dove poi avrebbe terminato i suoi giorni l'ultimo imperatore romano Romolo Augusto.
In epoca imperiale la zona sarebbe divenuta celebre per essere vicina alle grotte platamonie, ove si tenevano riti magici e nelle quali si ritiene siano ambientati alcuni passi del Satyricon di Petronio Arbitro, mentre in epoca medievale decadde profondamente e la villa di Licinio Lucullo venne riconvertita in monastero dai basiliani che, in epoca ducale, presero a gestire la chiesa.
I viceré spagnoli, fra il '600 ed il '700, tennero in particolare considerazione il luogo, decidendo di abbellirlo con numerosi interventi, fra i quali il più importante fu quello affidato nel 1599 dal viceré Enrico di Gusman conte di Olivares a Domenico Fontana il quale con la sistemazione della vecchia rua dei Provenzali, che venne rettificata e chiamata strada Gusmana per l'azione del viceré, trasformò un borgo di pescatori e commercianti in uno dei siti più prestigiosi dell'epoca. Con l'arrivo dei Borbone a Napoli, i lucìani divennero intimi dei re, che se ne servirono come artigiani e fornitori della real casa (famoso, in proposito, l'aneddoto dell'ostricaro fisico).
La fontana di Santa Lucia è una delle fontane monumentali di Napoli ed è situata nella Villa Comunale (già Villa Reale).
È una fontana tipicamente manierista, progettata dall'ingegnere Alessandro Ciminiello e costruita nel 1606 da Michelangelo Naccherino e Tommaso Montani con la collaborazione di Girolamo D'Auria e Vitale Finelli per volere del viceré Giovanni Alfonso Pimentel d'Errera duca di Benavente. Essa in origine era collocata sul lungomare del borgo di Santa Lucia, da cui la fontana prende il nome.
 Bernardo De Dominici riferisce erroneamente che la fontana sarebbe stata voluta dal viceré Don Pedro di Toledo e realizzata da Giovanni Domenico D'Auria sotto la supervisione del suo maestro Giovanni da Nola, il quale avrebbe scolpito le ricche decorazioni. Tuttavia solo nel 1606 la fontana sarebbe stata assemblata. Da quanto affermato dal De Dominici (che fu riportato anche da Carlo Celano) invalse la denominazione di questa fontana come fontana Merliana o del Merliano. In seguito a successive ricerche ben più approfondite la ricostruzione del De Dominici è stata bollata come invenzione.
Nel 1620 la fontana fu abbellita e spostata più avanti verso il mare per volere del viceré cardinale Gaspare Borgia.
Nel 1845 Ferdinando II promosse lavori di risistemazione della strada di Santa Lucia e il restauro della fontana. Questo fu affidato all'architetto Carlo Bonucci, il quale sostituì alcuni elementi danneggiati. Sia la risistemazione della strada che il restauro della fontana furono ricordati con due lapidi poste sulla stessa fontana, il cui testo fu dettato da Bernardo Quaranta. Nella lapide sul restauro della fontana fu sancito l'errore del De Dominici perché affermava Giovanni da Nola esserne l'autore.
Nel 1895 venne rimossa da via Santa Lucia nell'ambito dei lavori di colmata a mare della borgata che non erano ancora terminati ai primi del Novecento. Fu collocata nella villa nel 1898.
Fino al 1600 questa strada era ingombra tutta di poveri abitati di pescatori, formando piuttosto una rozza borgata che una via di città Capitale. Gusmano di Olivares, viceré spagnolo, cominciò a togliere via quelle casucce ed a facilitarne la discesa. Quel tratto di strada che dalla reggia viene giù fino al mare, era già denominato via Gusmana dal suo nome; ma avendo messo una statua di Giove Terminale fu detta del gigante. Ebbe poi il nome di Santa Lucia da una chiesa intitolata a questa Vergine che fu demolita per allivellare la strada.
La località divenne meta rinomata del turismo d'élite organizzato nel cosiddetto Grand Tour, e nel corso del settecento i principi di Francavilla vi costruirono un casino fra il mare e via Chiatamone, di cui furono ospiti molti personaggi celebri (fra cui Giacomo Casanova) e che poi passò prima in proprietà della famiglia reale e, poi, di Alessandro Dumas; dell'antico luogo di delizie, tanto apprezzato dalla regina Maria Carolina, è oggi visibile solo un'ala superstite che si erge ancora alle spalle del centro congressi universitario.
Nel rione visse l'ammiraglio Francesco Caracciolo, prima valente ufficiale della Marina Borbonica e poi martire della repubblica napoletana del '99, che, per ordine dell'ammiraglio Nelson e proprio di fronte al lungomare, fu barbaramente impiccato e gettato in mare; il corpo, risalito a galla e recuperato dai popolani di Santa Lucia, ottenne cristiana sepoltura nell'altra chiesa del rione, quella di Santa Maria della Catena, dove un epitaffio, posto nel 1881, ricorda l'episodio.
Sommer, Giorgio (1834-1914) - n. 11xx - Napoli, S. Lucia e Hotel de Rome.jpg
Giorgio Sommer (1834-1914) - n° 11?? - Napoli, S. Lucia e Hotel de Rome (1865 circa).
Tra le tante tradizioni Santa Lucia vanta una particolare usanza oggi quasi dimenticata: La festa detta della “Nzegna”:
Da il Mattino del 9 agosto 1902: “ Tranne che dai marinai, e forse sconosciuta a molti Napoletani la strana usanza del popolino di Santa Lucia, in occasione della festa detta “d' ‘a Zegna” che ricorre il 28 agosto, giorno di S.Agostino. Secondo questa pericolosa usanza, dall'alba del 28 agosto tutte le persone, gli innocui in special modo, che per loro sfortuna sono presi dai festaiuoli sulle banchine di Santa Lucia nuova e Santa Lucia vecchia, sono gettati irrimediabilmente in mare. L'anno scorso, se non andiamo errati, questa sorte tocco ad un prete, un militare, ed a parecchi scugnizzi”. Ci sono prove che la festa si sia svolta fino agli inizi degli anni 50 del novecento. I partecipanti portavano costumi di epoca Borbonica, e venivano scelte ogni anno tra gli abitanti del quartiere le controfigure di Ferdinando IV e Carolina, che in occasione della giornata sfilavano in carrozza con gli abiti reali per le strade del rione, tra gli applausi e le ironiche acclamazioni degli spettatori. 
Oggi sulla rada si affacciano alcuni fra i più prestigiosi circoli nautici napoletani; presso di essi, nel 1960, vennero ospitati gli atleti e le squadre partecipanti alle gare di vela delle Olimpiadi di Roma, che si svolsero interamente nel golfo di Napoli, con partenza ed arrivo a Santa Lucia. In un noto programma d'archivio sui giochi, spesso messo in onda dal canale Raisport, si può riconoscere l'allora principe ereditario Costantino di Grecia che lavora sulla sua barca all'ombra del Borgo.
La poesia del luogo ha anche ispirato due fra le più celebri melodie della canzone napoletana: la famosissima Santa Lucia (oggi, tra l'altro, considerata l'inno ufficioso di Svezia) e Santa Lucia luntana, simbolo, quest'ultima, degli emigranti napoletani che partivano alla volta delle Americhe, che le davano l'ultimo sguardo mentre affollavano i ponti delle navi appena salpate dal vicino porto. Più di recente, il brano intitolato 'A Lucìana, scritto nel 1953 per Renato Carosone (e da questi portato al successo internazionale), ha immortalato nel testo un profilo tipico delle donne lucìane, che la adottarono quasi come loro inno.
Santa Lucia e, soprattutto, il Pallonetto, ritornano per cenni in molte opere di Giuseppe Marotta, scrittore celeberrimo per L'oro di Napoli ed autore anche de Il teatrino del Pallonetto, in cui narra le vicende del suo alter ego don Vito Cacace, che leggeva le notizie del giornale agli allora analfabeti abitanti, carpendone i coloriti commenti; dal medesimo Marotta sono dedicate a Santa Lucia, e ai lucìani, anche pagine de Gli alunni del sole e de Gli alunni del tempo. https://it.wikipedia.org/wiki/Borgo_Santa_Lucia

martedì 10 marzo 2020

San Gennaro non dice mai no - Giuseppe Marotta

San Gennaro non dice mai no è una raccolta di racconti scritti da Giuseppe Marotta in occasione di un suo viaggio nella città natale, Napoli, nel 1947 e pubblicata l'anno successivo.
La lettura mette in evidenza una Napoli appena uscita dagli orrori della guerra e caratterizzata appunto da tutta una serie di problemi di sopravvivenza che, peraltro, assumono aspetti molto particolari e interessanti.
L'autore manifesta il proprio attaccamento alle proprie origini delineando piacevolmente parecchi personaggi caratteristici della città partenopea. In "San Gennaro non dice mai no", che segue di poco "L'oro di Napoli" (1947), Giuseppe Marotta racconta il suo primo ritorno nella città nel dopoguerra: passata l'euforia della facile ricchezza, del mercato nero, dello sfrenato affarismo, Napoli non è più "milionaria", e ancora una volta si ritrova con il suo antico dramma: la miseria, la pazienza, il coraggio della sopportazione, la catturata assuefazione ai patimenti. Ma alla gente dei vicoli, ormai ritornata e rassegnata alla sua perenne condizione, San Gennaro non dice mai no e le regala, almeno, la rara e preziosa forza di saper aspettare.
Editore: Bompiani
Anno edizione: 1953
Pagine: 246 p.
s-l400
A più di settant’anni dalla prima edizione, torna in libreria, il 19 settembre 2020, San Gennaro non dice mai di no di Giuseppe Marotta per la #Polidoroeditore.
Allora come allora, nel marzo del 1947, Napoli, eccettuandone via dei Mille, via Tasso, il viale Elena e poche altre arterie di Chiaia di San Ferdinando del Vomero, era tutta un rione popolare. Napoli era allora un vicolo solo, un "basso" solo, una botteguccia sola. (p. 29)
Non importava vendere molto o vendere poco o non vendere affatto: bastava che si tentasse di vendere. (p. 29-30)
Napoli, primissimo dopoguerra. Fame, speranza, miseria e nobiltà. I vetturini si portano a spasso fra loro per non disperare, turisti non ce ne sono infatti. E se capita uno sprovveduto cliente, gli fanno pagare per dieci. Perché solo con dieci corse si ha denaro per cenare, non si può fare altrimenti. I borseggiatori invece, spesso malnutriti bambini vestiti di stracci, non lasciano scampo alle penne stilografiche. Ma se una vittima li impietosisce, son pronti a restituire il maltolto. I pescatori lavorano indefessi, anche se i guadagni non arrivano a far comprare il pane per l'intera famiglia, che di prassi ha più di cinque figli. Il mercato nero impazza e spopola, si vende tutto e di più, il contrabbando è una regola di vita, come se ci fosse un miracolo economico in corso. Tutti vendono, pochi comprano, però. Ma non per rispetto o timore della legge, ci mancherebbe. Perché il mercato illegale è tutt'altro che scuro o nascosto, è fatto alla luce del sole, ad ogni angolo, in ogni quartiere, è una necessità, non una ribellione oppure un'attività illecita solo per il gusto di infrangere la legge. E poi il fascino eterno del mare, le trattorie tipiche, piene di sapori e colori, le abitudini consolidate e quelle portate dalla guerra e dagli occupanti/liberatori anglo-americani. Un microcosmo dai toni vivaci, animato, animoso, ripieno di vita vissuta, dove l'amarezza viene dissipata nella speranza che arrivi o torni San Gennaro. Il quale appunto, non può dire di no, altrimenti non sarebbe il santo di Napoli…
Lasciatemi dire che a Napoli i Santi, dal supremo e volubile San Gennaro al distratto San Giuseppe, da Sant'Antonio che protegge Posillipo a San Pasquale che sorveglia attentamente Chiaia, non sono che autorevoli congiunti del popolo. Il napoletano ha San Luigi, Sant'Espedito e ogni altro Santo come a certi poveracci dei vicoli capita di essere imparentati con un insigne professore residente a via dei Mille. Questi poveracci descrivono orgogliosamente l'attività e i successi dell'eccezionale consanguineo, dicono: «E quello il commendatore ci è stretto cugino», solo per qualche consiglio o raccomandazione si permettono di disturbarlo, la verità è che si leverebbero il pane di bocca per accrescere il suo benessere. Così, o quasi, stanno le cose a Napoli tra il popolino e i Santi; ma sempre fede è, sempre amore. (p. 135)
 Sotto la scrittura ironica, sotto il ritmato e variegato tentativo di affresco di realtà eterogenee ma saldamente radicate ad un solo ed inimitabile luogo, si rintraccia la disperazione, il malcontento, i morsi della fame e anche della sete. Il tono scanzonato appena mitiga quello che è un panorama desolato, anche se i napoletani sono permeati da una irrefrenabile, atipica e tradizionale vivacità. E Marotta lo sa: “I napoletani inventano Napoli, si raccontano con qualche enfasi (...) trovano sollievo e consolazione in questo recitarsi”. Bozzetti certo, ma d'autore. Marotta inventa una lingua ed uno stile prettamente letterari, con un registro che non si fa mai schiacciare dal pathos o dalla retorica, minacce sempre presenti trattando tematiche come queste. E ne esce un libro godibile, il cui aspro contenuto è sciolto nella delicatezza di passaggi lirici, di tocchi poetici. Ingiustamente relegato a paraletterato, Giuseppe Marotta dunque rivela qualità inaspettate in questo volume del 1948, che come tutti i buoni libri non sente l'età.
Il vero mare di Napoli è quello esiguo e domestico di Santa Lucia, di Coroglio e di Posillipo. Consuma Castel dell'Ovo e il Palazzo Donn'Anna, bruca il muschio delle vecchie pietre, sente d'alga e di sale come nessun altro mare. (p. 42-43)

lunedì 17 febbraio 2020

Salvatore Argenziano
 - 'A Lenga Turrese

Salvatore Argenziano
 'A Lenga Turrese.

 (cm 20 x 14); pp. 160.

Torre del Greco (NA), Nunzio Russo Editore, 2004

 SALVATORE ARGENZIANO
torrese da Bologna
è nato a Torre del Greco, abbasciammare, nel 1933. Ha frequentato le Medie ncoppacristoforocolombo, il Ginnasio aretutriato e il Liceo Classico Gaetano De Bottis, ammiezatorre. A Torre è rimasto fino al 1960 quando, laureato in ingegneria, è partito per Milano. Ha avuto amici torresi a centinaia. Si me putesse vennere l'amici, sarria miliardario. Ha svolto la professione a Milano, Cagliari, Bologna e Genova. Attualmente ha ridotto al minimo l'attività professionale e si diverte a scrivere stroppole sulla Lenga Turrese. Vive a Bologna con la moglie torrese, Gianna De Filippis, sposata nel 1962. Ha un figlio e due nipotine, di tredici e di tre anni che però, peggio pe lloro, non conoscono il torrese. La foto è di Giugno 2001, quando è nata la piccola.
Lingua originale torrese
Tore Argenziano
è nato â Torre, abbasciammare, quann'era u 1933. È ghiuto â scola media ncoppacristo- forocolombo, û ginnasio aretutriato e û liceo ammiezatorre. Â Torre è rummasto nfi' û 1960, quanno, pigliatase a laurea 'i ngignere, partette pe Milano. Teneva cumpagni turrisi a centenara. "Si me putesse vennere l'amici, sarria miliardario". Ha faticato a Milano, Cagliari, Bologna e Genova. Mo fatica quanto meno po' e se sfizea a scrivere stroppole ncopp'a lenga turrese. Sta 'i casa a Bologna c'a mugliera, Gianna De Filippis, che ha pigliato û 1962. Tene nu figlio e doje niputelle, una 'i tririci e nata 'i tre anni ca però, peggio pe lloro, nun canoscono u tturrese. http://www.torreomnia.it
 La lingua napoletana si è formata lungo i secoli per un complesso gioco di influenze, assorbimenti, stratificazioni. Da quando Parthenope e poi Neapolis assunsero una posizione importante nell’arco del Golfo, i processi di formazione linguistica si misero in moto. Alla lingua dei fondatori arrivarono i molteplici contributi delle parlate esistenti nei casali e nei borghi vicini.
Non solo, ma col tempo e lo sviluppo dei commerci, sul tronco originario si innestarono anche le venature provenienti da più lontano, dall’Abruzzo o dalla Puglia, per esempio.
Dalle lingue che si incrociavano, nasceva il ‘napoletano’. Ma l’assorbimento di fonemi, espressioni, modi di dire, pronunce e costruzioni sintattiche se da un lato consolidava il ‘corpus’ del linguaggio partenopeo, dall’altro non snaturava -se non nei limiti di uno sviluppo naturale- le lingue e le parlate che contribuivano al ‘parlar napoletano’. Ogni centro abitato, borgo, casale, villaggio, conservava la sua identità, frutto a sua volta di altri complessi meccanismi di fusione. Una storia affascinante.
Al centro del Golfo, Torre del Greco partecipava a questa avventura di civiltà linguistica, comportandosi allo stesso modo di una spugna pescata nel mar Mediterraneo. Prendeva e riversava le sue peculiarità fonetiche e grammaticali, conservando intatto il nucleo originario della propria specificità. Un moto oscillatorio durato per secoli e che, come le onde marine, ha lasciato a riva un gran patrimonio culturale che va salvaguardato, nell’epoca di troppo disinvolte globalizzazioni.
Va perciò salutato e apprezzato l’impegno di chi - sia pure dicendo che lo fa per il solo, legittimo e gioioso desiderio di entrare in un campo così appassionante- consente di catalogare e conservare parole, frasi, modi di comunicare, verbi e toponimi che appartengono alla storia di una terra segnata da tante vicende significative e dense di operosa umanità. Tanto più che questo libro sembra poter assumere i caratteri di una ‘prima pietra’ molto importante nella ricognizione storica e linguistica del territorio tra il Vesuvio e il mare. Perchè le felici ricerche dell’autore, spiegate con una semplicità che non sacrifica la profondità dello scavo, spingono a farsi domande e a porsi interrogativi.
La parlata torrese fu influenzata in sommo grado dall’antica lingua greca e latina. Ma quale fu - e certo ci fu - il ruolo della lingua Osca, tanto misteriosa quanto presente sul territorio della Campania in epoca pre-romana? Era osca Pompei, e i pompeiani conservarono l’influsso della vecchia lingua anche in epoca imperiale. E quale fu l’impatto di quel ‘modo’ di parlare sulle cadenze proprie del linguaggio torrese, arrivate fino ai nostri giorni? In latino, per esempio, ‘imperatore’ si diceva ‘imperator’. Ma in lingua osca si pronunciava ‘M’brador’... Cioè quasi nello stesso modo in cui lo si potrebbe dire oggi, all’ombra del vulcano...
E in quale misura, poi, questa tipologia di pronuncia si trasferì nella città-guida sul territorio, cioè Neapolis? E’ storicamente accertato che in epoche successive, dopo alcune pestilenze, la popolazione della Capitale del regno fu rimpolpata chiamando dai vicini Casali molti abitanti. Anche da Torre del Greco. E poi, l’influenza araba, riscontrabile perfettamente ancor oggi in alcuni quartieri storici, e dovuta anche allo stanziamento di truppe saracene. Si diceva: “Tre so’ li poste della Saracina: ‘a Torre, Cremano e Resina...’’
Ecco dove ci può portare la lettura di questo bel libro. 
Ed è un altro suo pregio.
Mimmo Liguoro
 

sabato 15 febbraio 2020

Salvatore Di Giacomo #1860VentiVenti. Assunta Spina

Assunta Spina è un dramma scritto da Salvatore Di Giacomo e tratto dall'omonima novella pubblicata nel 1888, successivamente portato sullo schermo, prima nel 1915 (come film muto con Francesca Bertini e Gustavo Serena), 
poi nel 1948 sceneggiato da Eduardo De Filippo
con Anna Magnani nel ruolo della protagonista.
L'opera, ambientata nella Napoli di inizio '900 (è stata scritta nel 1909), narra la storia di Assunta Spina, una ragazza proprietaria di una stireria ed il cui fascino attira l'attenzione di diversi uomini. Assunta ha una relazione con Michele Boccadifuoco che, per gelosia e possessione, la sfregia e viene processato. Assunta cerca di negare l'accaduto, ma è lo stesso Michele a confessare; viene condannato a due anni di galera e per Assunta sarà difficile rivederlo in questo periodo di tempo, anche perché non viene mandato al carcere di Napoli ma a quello di Avellino. A questo punto interviene Federico Funelli, il cancelliere, che può fare in modo che la destinazione resti Napoli. Assunta capisce, però, che in cambio Funelli vuole il suo corpo e così decide di concedersi per poter vedere due volte al mese Michele. Da chiarire è, però, il rapporto che c'è tra Assunta e Michele: non c'è amore, ma solo una relazione, per quanto passionale, che Assunta non vede come vincolante. Mentre Michele è in carcere, tra Assunta e Funelli nasce una relazione, senza che la prima però sappia che il secondo ha una famiglia. Col tempo il rapporto si logora e Funelli si allontana progressivamente, fino a non farsi più sentire. Una sera Assunta dà un ultimatum a Funelli e lo costringe ad andare da lei per parlare; nel frattempo, però, all'insaputa di tutti, Michele è stato scarcerato in anticipo e si reca da Assunta per farle una sorpresa. Quest'ultima, vedendolo, decide di confessare tutto e di dire a Michele della sua relazione con Funelli. Nonostante la sua disperazione all'idea di dover tornare in carcere per colpa di Assunta, Michele si arrende al suo orgoglio e, preso un coltello, esce in strada ed uccide Federico Funelli. All'arrivo delle guardie, però, Assunta decide di prendersi la colpa di tutto salvando così Michele. Salvatore Di Giacomo #1860#VentiVenti
Assunta Spina
Curatore: A. Bisicchia
EAN: 9788842591344
Assunta Spina è un film del 1915 ed è considerato uno dei film di maggiore successo del cinema muto italiano. Fuori dall'Italia è conosciuto anche con il titolo di Sangue Napolitano.
Risultato immagini per Assunta Spina (film 1915)
Francesca Bertini, che aveva già recitato in teatro nel dramma di Salvatore Di Giacomo in una parte secondaria, indossa i panni della protagonista e interviene con una certa frequenza nella messa in scena, sì da essere considerata co-regista della pellicola. A testimoniarne il ruolo è lo stesso Gustavo Serena:
«E chi poteva fermarla? La Bertini era così esaltata dal fatto di interpretare la parte di Assunta Spina, che era diventata un vulcano di idee, di iniziative, di suggerimenti. In perfetto dialetto napoletano, organizzava, comandava, spostava le comparse, il punto di vista, l'angolazione della macchina da presa; e se non era convinta di una certa scena, pretendeva di rifarla secondo le sue vedute.»
Il film è stato girato a Nisida, Bagnoli, Coroglio e nell'isola di Procida.
Il film è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con il Museo nazionale del cinema di Torino, questa edizione restaurata è disponibile in dvd dal 2015 come parte della collana "Cinemalibero" della Cineteca di Bologna
Assunta Spina è un film del 1948, diretto dal regista Mario Mattoli, sceneggiato da Eduardo De Filippo (che curò particolarmente i dialoghi) e Gino Capriolo sulla base del lavoro teatrale omonimo di Salvatore Di Giacomo.
Assunta Spina (film 1948).png
La prima del film si ebbe l'11 marzo 1948.
Nella pellicola esordisce Giacomo Furia.

lunedì 3 febbraio 2020

Napoli, Castel dell’Ovo. Ritrovarsi. Mostra d’arte contemporanea | 3 - 17 febbraio 2020. Ingresso libero

 Ingresso libero.

Ritrovarsi nasce da un progetto a cura di Jasmin Gambino  e Barbara Melcarne e vede la partecipazione di cinque artisti italiani giovani, esordienti: Aurora e Irene Tassone, Adriano Varletta, Enrico Gamba e Sara Russiello due stranieri : il pluripremiato regista americano Adrian Bol ed il quotato pittore di Kiev, professore universitario, Adrij Budlov. 

In merito, spiega la dott.ssa Deborah Di Bernardo, direttore artistico della mostra: “Napoli è il luogo ideale in cui gli artisti si sono identificati;  una città ricca di contaminazioni culturali di testimonianze del  passato e di convivenze tra popoli e culture che più di tutte le altre rappresenta la cornice perfetta di un ideale quadro a più mani dove ogni personalità appone il proprio segno riconoscendo una parte di se nell’alto, ritrovandosi a date forma tutti insieme ad una creazione unica: la mostra“. Le opere saranno in mostra a Castel dell’Ovo, sala delle Carceri dal 4 al 16 febbraio 2020.

Nella cornice della collettiva prende vita la rassegna letteraria a cura della dott.ssa Daniela Marra. Il verbo “Ritrovarsi” si colora di molteplici sfumature: personaggi letterari che ritrovano se stessi attraverso l’arte, l’amore, la memoria e la consapevolezza come avviene nelle storie di Valeria Jacobacci e Ornella Esposito autrici rispettivamente di L’amore non è un madrigale e Aghi.  Ritrovarsi interrogandosi sul destino, sulla morte attraverso i versi di Slobodanka Ciric, “ In una tensione continua tra Eros e Thanatos, La Ciric, in armonia con l’idea di Hermann Broch, raffigura la morte dando figura a se stessa, ogni parola si incarna in immagine, un’arte che richiama l’altra in una melodia di eco labirintici” (Daniela Marra). Ad accompagnare Slobodanka Ciric sarà Silvana Guida che coordinerà i molteplici interventi artistico culturali e la giovane artista Mila Maraniello. Seguiranno due eventi letterari che avranno come protagonista Napoli. Il ritrovarsi a Napoli tra storie e inchieste insieme a Vittorio del Tufo e Sergio Siano autori dell’Uovo di Virgilio. Dentro Napoli: la memoria dei luoghi . Interverrà l’ing. Clemente Esposito, padre della speleologia urbana napoletana. Ad impreziosire l’evento la voce di Francesca Curti Giardina, che narrerà intonando alcune storie della Città. Il ritrovarsi a Napoli continuerà insieme a Maurizio Ponticello che  guiderà il pubblico in un labirinto di miti, di racconti e di riflessioni tra I mille volti della Napoli velata. Come un moderno Virgilio, lo scrittore sarà la guida per “ritrovare” le tracce perdute, nascoste, velate di luoghi e di memorie che narrano una storia, la storia di una cultura che oggi chiede a gran voce proprio di “ Ritrovarsi”. In questo viaggio, Maurizio Ponticello sarà accompagnato dalla professoressa Antonella Canfora. Le parole dell’autore, invece, saranno affidate alla voce di Fulvio Pastore.
Ritrovarsi intimamente attraverso la poesia sarà il filo conduttore dell’incontro con Gloria Vocaturo e la sua arte poetica ed infine Ritrovarsi vincitori del superenalotto come nei racconti di Antonio Melcarne regalerà sogni e sorrisi. La scenografia del salotto letterario verrà offerta dallo scultore Domenico Sepe, che presenterà insieme a Deborah Di Bernardo un’anteprima del catalogo 2020 a cura della museologa Daniela Marra, le cui letture saranno affidate alle voci di Maria Gabriella Tinè, Gloria Vocaturo e Valeria Jacobacci.

domenica 2 febbraio 2020

#1950VentiVenti I dieci comandamenti Raffaele Viviani

I dieci comandamenti
Editore: Guida
Collana: Teatro
Anno edizione: 2000
In commercio dal: 1 novembre 2000
Pagine: 160 p.
EAN: 9788871884530
Risultato immagini per Raffaele Viviani, Dieci comandamenti"
"Il testo è dominato dalla fame: attraverso il teatro Napoli esprime spudoratamente il suo stato di capitale di sud del mondo. Il coro de "I dieci comandamenti" si aggira in una città sofferente interrogandosi attonito sul dio che lo colpisce così duramente: questo popolo, fratello di tanti popoli sofferenti, vivo più che mai intorno a noi, ci insegna a aprire gli occhi, guardare in faccia il dolore e trasformare il dolore in energia." (Mario Martone)
Raffaele Viviani, all'anagrafe Raffaele Viviano (Castellammare di Stabia, 10 gennaio 1888Napoli, 22 marzo 1950), è stato un attore, commediografo, compositore, poeta e traduttore italiano.
Daniele Sepe apre l'inedita commedia musicale "I Dieci Comandamenti" di Raffaele Viviani, un vero e propio inno contro la guerra e l'ingiustizia sociale, un testo scritto nel dopo guerra, ma tragicamente attuale. Regia di Mario Martone. 
So' 'e putiente, malamente, ca cchiù 'a vorza hann'a 'ngrassa', senz'ave' pietà! 'O prugresso? More 'o fesso! Jh che bella civiltà! Che mudernità!
Raffaele Viviani, il cantore di quel mondo sottoproletario - legato più ai bassi e al porto che non ai borghesi appartamenti eduardiani, animato da una lingua aspra, incomprensibile eppure vivissima - comincia a scrivere il testo nel 1944. Poi, passata la guerra, quest'opera vede un'edizione definitiva. Viviani, sessantenne, amareggiato, da tempo lontano dalle scene, guarda con un sorriso di profonda compassione a quei derelitti che ogni giorno si arrabattano per sopravvivere, e li mette a confronto con la dottrina - con i dieci comandamenti appunto - leggi morali che stridono nel loro assolutismo di fronte alla complessità del reale. La narrazione procede per quadri, come quello dei due aspiranti ladri che non rubano solo perché la vittima non ha nulla da farsi rubare, e anzi riceveranno la solidarietà del malcapitato, che offre loro di condividere un piatto di maccheroni. E non si uccide, in quella Napoli, perché dopo gli orrori e il sangue della guerra non c'è più spazio per altro dolore, per altra violenza...
(Andrea Porcheddu, da Del Teatro)

sabato 18 gennaio 2020

Odore di caffè Riccardo Pazzaglia,Oreste Pipolo

Odore di caffè
Editore: Guida
Collana: Zibaldone
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 8 ottobre 2008
Pagine: 160 p., ill.
EAN: 9788871883120
Partenopeo in esilio, Pazzaglia dice che non mangia, non beve qualcosa che venga da Napoli, senza pensare, senza vedere e sentire facce e voci, odori, luce, musica di Napoli. Ma l'autore è anche narratore di Storia. E ogni tanto la Storia affiora, ma con discrezione, con qualche notizia, con qualche data che proprio gli scappa dalla penna. Ed è uno scrittore satirico, che vuol far sorridere evocando personaggi come la "cassiera chiamata Brigida" del caffé "americano". Qui veniamo a sapere come si legge o non si legge il futuro consultando i fondi di caffé. Non manca, infine, un giallo, che naturalmente si svolge in una "Torrefazione". Il tutto accompagnato dalle fotografie di Oreste Pipolo.