(cm 20 x 14); pp. 160.
torrese da Bologna
è nato â Torre, abbasciammare, quann'era u 1933. È ghiuto â scola media ncoppacristo- forocolombo, û ginnasio aretutriato e û liceo ammiezatorre. Â Torre è rummasto nfi' û 1960, quanno, pigliatase a laurea 'i ngignere, partette pe Milano. Teneva cumpagni turrisi a centenara. "Si me putesse vennere l'amici, sarria miliardario". Ha faticato a Milano, Cagliari, Bologna e Genova. Mo fatica quanto meno po' e se sfizea a scrivere stroppole ncopp'a lenga turrese. Sta 'i casa a Bologna c'a mugliera, Gianna De Filippis, che ha pigliato û 1962. Tene nu figlio e doje niputelle, una 'i tririci e nata 'i tre anni ca però, peggio pe lloro, nun canoscono u tturrese. http://www.torreomnia.it
Dalle lingue che si incrociavano, nasceva il ‘napoletano’. Ma l’assorbimento di fonemi, espressioni, modi di dire, pronunce e costruzioni sintattiche se da un lato consolidava il ‘corpus’ del linguaggio partenopeo, dall’altro non snaturava -se non nei limiti di uno sviluppo naturale- le lingue e le parlate che contribuivano al ‘parlar napoletano’. Ogni centro abitato, borgo, casale, villaggio, conservava la sua identità, frutto a sua volta di altri complessi meccanismi di fusione. Una storia affascinante.
Al centro del Golfo, Torre del Greco partecipava a questa avventura di civiltà linguistica, comportandosi allo stesso modo di una spugna pescata nel mar Mediterraneo. Prendeva e riversava le sue peculiarità fonetiche e grammaticali, conservando intatto il nucleo originario della propria specificità. Un moto oscillatorio durato per secoli e che, come le onde marine, ha lasciato a riva un gran patrimonio culturale che va salvaguardato, nell’epoca di troppo disinvolte globalizzazioni.
Va perciò salutato e apprezzato l’impegno di chi - sia pure dicendo che lo fa per il solo, legittimo e gioioso desiderio di entrare in un campo così appassionante- consente di catalogare e conservare parole, frasi, modi di comunicare, verbi e toponimi che appartengono alla storia di una terra segnata da tante vicende significative e dense di operosa umanità. Tanto più che questo libro sembra poter assumere i caratteri di una ‘prima pietra’ molto importante nella ricognizione storica e linguistica del territorio tra il Vesuvio e il mare. Perchè le felici ricerche dell’autore, spiegate con una semplicità che non sacrifica la profondità dello scavo, spingono a farsi domande e a porsi interrogativi.
La parlata torrese fu influenzata in sommo grado dall’antica lingua greca e latina. Ma quale fu - e certo ci fu - il ruolo della lingua Osca, tanto misteriosa quanto presente sul territorio della Campania in epoca pre-romana? Era osca Pompei, e i pompeiani conservarono l’influsso della vecchia lingua anche in epoca imperiale. E quale fu l’impatto di quel ‘modo’ di parlare sulle cadenze proprie del linguaggio torrese, arrivate fino ai nostri giorni? In latino, per esempio, ‘imperatore’ si diceva ‘imperator’. Ma in lingua osca si pronunciava ‘M’brador’... Cioè quasi nello stesso modo in cui lo si potrebbe dire oggi, all’ombra del vulcano...
E in quale misura, poi, questa tipologia di pronuncia si trasferì nella città-guida sul territorio, cioè Neapolis? E’ storicamente accertato che in epoche successive, dopo alcune pestilenze, la popolazione della Capitale del regno fu rimpolpata chiamando dai vicini Casali molti abitanti. Anche da Torre del Greco. E poi, l’influenza araba, riscontrabile perfettamente ancor oggi in alcuni quartieri storici, e dovuta anche allo stanziamento di truppe saracene. Si diceva: “Tre so’ li poste della Saracina: ‘a Torre, Cremano e Resina...’’
Ecco dove ci può portare la lettura di questo bel libro.
Mimmo Liguoro




