VetrinaVesuvio
lunedì 21 settembre 2026
VELA. AMERICA’S CUP, IL 25 SETTEMBRE VIDEOMAPPING E CONCERTO A BACOLI PROGRAMMA EVENTI PROMOSSO DA COMUNE E CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI
Città Metropolitana: e Comune per ‘Napoli verso l’America’s Cup’: Domenica a Castel dell'Ovo il gran finale delle preregate aperto a tutti
I dettagli dei due eventi
- Venerdì 25 settembre, ore 20:00 — Casina Vanvitelliana, Lago Fusaro (Bacoli).
- Domenica 27 settembre, ore 20:30 — Castel dell'Ovo, Napoli
America’s Cup come strumento di valorizzazione della Grande Bellezza di Partenope e della sua area metropolitana
- Partner creativo e tecnologico: Artled S.r.l.
- Produttore esecutivo: Sossio Pezzella
- Content Art Director: Giacomo Pollio
- Direzione artistica Napoli Millenaria 'a vele spiegate verso l'America's Cup' per il Comune di Napoli: Laura Valente
- Intermezzo musicale: Ensemble Discantus
- Concerto sinfonico notturno a Baia: Orchestra del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli direttrice d’orchestra Stefania Rinaldi
- Direttore del Conservatorio: Gaetano Panariello - Città Metropolitana di Napoli
Napoli| Libreria Feltrinelli, via dei Greci | "25 storie di accoglienza, solidarietà, autonomia", edito da Altreconomia.
Il 29 settembre, alle 17.30, la libreria Feltrinelli di via dei Greci a Napoli ospita la presentazione di «25 storie di accoglienza, solidarietà, autonomia», edito da Altreconomia. L’iniziativa è promossa da Oltremani Napoli APS, associazione impegnata da anni sui temi dell’antirazzismo e della costruzione di relazioni tra cittadini nativi e migranti.
Il volume raccoglie esperienze di convivenza, amicizia e reciproco arricchimento maturate nell’ambito dell’accoglienza in famiglia. Il progetto nasce dal lavoro dell’associazione bolognese Famiglie Accoglienti, che da tempo sperimenta questo modello di integrazione.
A discutere il libro saranno
- il curatore Fabrizio Tonello, docente all’università di Padova e giornalista de il Manifesto,
- suor Marisa Pitrella, direttrice della Caritas di Napoli,
- Rosa Speranza, attivista, scrittrice e famiglia accogliente, e
- Fatou Diako, presidente dell’associazione Hamef e protagonista di una delle storie raccolte nel testo.
- Modera l’incontro Massimo Angrisano, di Oltremani Napoli.
«Attiviamo umanità» è lo slogan che accompagna da anni l’attività dell’associazione partenopea, secondo cui la costruzione di relazioni tra nativi e migranti rappresenta la propria ragione fondativa.
Con l’incontro del 29 settembre, gli organizzatori intendono dimostrare che è possibile costruire una società basata sulla reciprocità, partendo dal valore e dall’esperienza di ciascuna persona. Una prospettiva che gli attivisti rivendicano apertamente in una fase pubblica segnata, a loro dire, dalla propaganda di intolleranza e respingimento, e che li vede schierati contro la remigrazione e contro i Centri di permanenza per il rimpatrio.
A PEPPE BARRA IL PREMIO ALLA CARRIERA AL PREMIO BIANCA D’APONTE
- Natalia Abbascià di Ruvo di Puglia (Bari);
- L’Aurora (Aurora Caloiero) di Cosenza;
- Bambina (Bambina Cesario) di Corigliano Calabro (Cosenza);
- Rosita Brucoli di Bari;
- Fabula (Fabiola Valerio) di Campobasso;
- Mabi (Marcella Buzzi) di Casale Monferrato (Alessandria);
- Miriam Ricordi di Pescara;
- MVR (Maria Virginia Bisconti) di Tricase (Lecce);
- Sarai (Sara Bassotti) di Roma;
- Simona Valente (Simona Valenzano) di Bari.
domenica 20 settembre 2026
𝗔𝗴𝗲𝗿𝗼𝗹𝗮 - 𝗖𝗮𝗺𝗽𝘂𝘀 𝗣𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗲 𝗱𝗶 𝗡𝗮𝗽𝗼𝗹𝗶 | 𝗦𝗮𝗻𝘁𝗮𝗿𝗼𝘀𝗮 𝗣𝗮𝘀𝘁𝗿𝘆 𝗖𝘂𝗽 𝟮𝟬𝟮𝟲.
sabato 19 settembre 2026
«Fammi questa grazia, Gennaro!»
“Sorelle e fratelli,
quest’anno vorrei chiedere a San Gennaro una grazia.
Ma non per oggi. Per l’anno prossimo.
È una grazia strana, lo so. Forse perfino troppo grande.
Ma i santi servono anche a questo: a ricordarci che ci sono preghiere che sarebbe vigliacco non avere il coraggio di pronunciare.
Gennaro, se il tuo sangue deve sciogliersi, si sciolga ancora.
Ma fammi questa grazia: quando torneremo qui, il prossimo anno, fa’ che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. L’unico sangue versato. L’unico sangue che avremo atteso di vedere scorrere. Il tuo.
Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi.
Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti.
Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina.
Non voglio più aggiungere il nome dell’ennesima terra ferita, dell’ennesima città distrutta, dell’ennesima madre che stringe un corpo troppo piccolo tra le braccia.
Non perché voglia dimenticarli. Ma perché voglio che non ce ne sia più bisogno.
Sono stanco di un’umanità che prima produce vittime e poi costruisce monumenti per piangerle.
Sono stanco delle nostre commemorazioni perfette e delle nostre paci impossibili.
Sono stanco di vedere l’uomo diventare bravissimo a contare i morti e terribilmente incapace di smettere di farli.
E davanti a te, Gennaro, oggi non voglio abituarmi. Perché forse il male più grande non è nemmeno la guerra. Il male più grande è abituarsi alla guerra.
È svegliarsi la mattina, accendere un telefono, vedere una città bruciare e continuare a fare colazione.
È ascoltare il numero dei morti e non vedere più i morti. Cinquanta. Cento. Mille.
Come se oltre una certa cifra il dolore smettesse di avere un nome.
Come se un bambino morto cento volte diventasse una statistica.
No. Il sangue non è una statistica. Il sangue ha sempre un nome. Ha una madre. Ha una casa. Ha un odore. Ha qualcuno che quella sera continuerà ad apparecchiare un posto in più, almeno con gli occhi.
Ed è per questo che il Vangelo di oggi mi fa paura.
Gesù dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me».
Il mondo. Non questa terra bellissima. Non gli uomini e le donne che Dio ama.
Nel Vangelo di Giovanni il “mondo” è anche un meccanismo.
È quel sistema invisibile che comincia a funzionare ogni volta che un uomo decide che la vita di un altro vale meno della propria.
Il mondo comincia lì. Quando l’altro diventa un ostacolo. Quando l’altro diventa un numero. Quando l’altro diventa un bersaglio. Quando l’altro non è più fratello, ma nemico.
E allora tutto diventa possibile. Diventano possibili le bombe. Le rappresaglie. I massacri. Le fosse. I bambini sotto le macerie. Diventa possibile perfino inventare parole eleganti per non chiamare le cose con il loro nome. Ma una madre che perde un figlio non conosce il linguaggio della geopolitica.
Conosce soltanto una parola. Figlio. E quella parola dovrebbe bastare a fermare il mondo.
Per questo oggi, davanti al sangue di Gennaro, vorrei che da Napoli partisse un grido. Non un comunicato. Non una prudente dichiarazione. Un grido.
Fermatevi.
Fermatevi. Voi che avete in mano le armi. Voi che date gli ordini. Voi che disegnate confini sulle carte mentre altri li segnano con il sangue. Voi che pensate che una vittoria possa ancora chiamarsi vittoria quando bisogna costruirla sopra il corpo di un bambino.
Fermatevi. Perché non esiste bandiera abbastanza grande da coprire la bara di un innocente.
Non esiste ragione di Stato capace di restituire un figlio a sua madre. Non esiste vittoria militare che possa trasformare il sangue di un bambino in qualcosa di giusto. La pace avrà certamente bisogno della politica. Avrà bisogno della diplomazia. Avrà bisogno del diritto.
Ma prima ancora avrà bisogno di una cosa molto più semplice e infinitamente più difficile: riconoscere nell’altro un uomo. Soltanto un uomo. E dovrebbe bastare.
Ma sarebbe troppo facile oggi guardare lontano. Palestina. Ucraina. Le guerre del mondo. Perché il Vangelo non ci permette mai di usare il dolore lontano per non vedere quello che accade sotto casa.
E allora devo parlare a te, Napoli. A te, città mia.
Perché anche tu conosci il sangue. Lo conoscono i tuoi vicoli. Lo conoscono certe madri che hanno imparato a riconoscere il rumore di uno sparo. Lo conoscono i ragazzi a cui qualcuno ha insegnato troppo presto che una pistola può dare più rispetto di un libro. Lo conoscono le famiglie che abbassano gli occhi. I commercianti che hanno paura. Gli uomini e le donne a cui viene chiesto di scegliere tra il coraggio e la sopravvivenza.
La camorra è guerra.
Una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.
Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia.
Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia.
E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.
Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino.
Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce.
Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome.
La camorra è bestemmia.
È bestemmia perché prende ciò che Dio ha creato libero e lo rende schiavo. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.
E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni.
Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo.
Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria.
Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà.
E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi.
Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.
Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori.
Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.
Fammi la grazia dell’anno prossimo.
Fa’ che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa.
Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito.
Fa’ che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi.
Fa’ che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna.
Fa’ che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa.
Fa’ che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto.
Fa’ che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi.
Fa’ che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini.
Fa’ che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile.
Fa’ che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.
E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio. Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.
Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.
E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.
E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.
E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla.
La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?»
E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo.
L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi.
Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello.
Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità.
Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.
Gennaro, se il tuo sangue vuole sciogliersi, si sciolga ancora. Ma poi basta. Basta sangue.
Basta ragazzi uccisi. Basta bambini sotto le macerie. Basta madri senza figli. Basta uomini convinti che uccidere sia una soluzione. Basta mafie. Basta camorre. Basta guerre.
Fammi questa grazia, Gennaro. Fa’ che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo.
Amen.
Napoli, 19 settembre 2026
don Mimmo Battaglia -Cardinale Arcivescovo
venerdì 18 settembre 2026
𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐚 𝐏𝐫𝐨𝐜𝐚𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚 "𝐔𝐧 𝐬𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐞": 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐧𝐚𝐩𝐨𝐥𝐞𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐚𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐌𝐀 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐆𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐔𝐦𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐈
- Dopo i saluti di Giulia Giannini della Giannini Editore, dialogheranno con l’autrice:
- Umberto Masucci Presidente International Propeller Clubs,
- Rosalba Giugni Presidente Marevivo e
- Stefano Lanfranco Presidente Associazione Life.
- Modera la presentazione Tiuna Notarbartolo giornalista e direttrice del Premio Elsa Morante.