Sul finir della sua vita l'anziano Ferdinando di Borbone rievoca morente le follie giovanili, e il suo iniziale odio e poi amore per Maria Carolina d'Asburgo-Lorena. Fin da piccolo il vivace Ferdinando si dedica agli scherzi e ai divertimenti, senza occuparsi minimamente degli affari politici. A otto anni suo padre, Carlo di Borbone, diventa re di Spagna e gli lascia il trono di Napoli.
Tuttavia neanche adesso il giovane, divenuto re di Napoli, sembra interessato alla gestione dello Stato: seppur affiancato dai validi (invero molto conservatori) San Severo, Tanucci e Galiani, egli passa le giornate tra battute di caccia con i suoi "guappi" e incontri galanti con la sua amante, la principessa di Medina, che egli intende sposare.
Tuttavia il padre ha già combinato il matrimonio del rampollo con una figlia dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria: Ferdinando diventa fidanzato di Maria Giuseppa e poi di Maria Giovanna, ma entrambe muoiono di vaiolo e egli comincia a odiare e temere allo stesso tempo la famiglia degli Asburgo-Lorena, che egli accusa di essere "fracica", cioè di salute molto cagionevole.
Alla fine viene concordato il suo matrimonio con Maria Carolina, celebrato quando i due erano poco più che bambini (17 anni lui, 16 lei). A dispetto di quel che egli stesso aveva pensato, Ferdinando rimane folgorato dalla bellezza della consorte e per un po' di tempo la coppia vive felice. Tuttavia la regina, una volta divenuta più esperta della vita di palazzo, comincia a essere più severa nei confronti del marito (lo costringe a studiare) e dei suoi consiglieri, che contro la sua volontà fanno arrestare i membri di una loggia massonica formata da amici della nobildonna austriaca.
La famiglia reale genera due figlie, ma il maschio sembra non voler arrivare. Temendo che Ferdinando sia in balia della moglie, l'abate Galiani, in combutta con due avventurieri francesi e con il benestare del re Carlo, organizza una messinscena: chiede all'ex cameriera Sara Goudar di sedurre il re in modo da allontanarlo dalla moglie. La prosperosa donna riesce nell'intento e, venutolo a sapere, anche Maria Carolina tradisce il consorte. Alla fine però i due si riappacificano e finalmente danno al mondo l'erede maschio.
L'album prende nome dalla bella 'mbriana, spirito casalingo facente parte dell'immaginario popolare napoletano; ciò testimonia l'avvicinamento del cantante ad un tipo di musica più tradizionale, in un certo senso etnico in anticipo sulla world music che verrà consacrata pochi anni dopo l'uscita di questo disco.
Nuje ca cercammo Dio
Stammo pè sempe annure
Nuje ca cercammo 'o bbene
Nun simmo maje sicuri
Parlare di Pino Daniele per me è un'impresa ardua, quasi imbarazzante, e lo è ancora di più quando si tratta l'argomento "Bella 'Mbriana". L'album, registrato dalla EMI nel lontano 1982, è una finestra aperta sull'animo di un musicista partenopeo che ha ormai raggiunto il suo apice tecnico-compositivo, e vuole cantare in maniera più elegante e disinteressata possibile della malinconia napoletana. E' difficile quindi decontestualizzare quest'album e parlarne da una posizione il più possibile neutro: è il fine ultimo dell'opera che induce a ricordare con malinconica nostalgia l'atmosfera dei difficili albori degli anni '80 in quel di Napoli, percossa e tormentata dal manto nero della corruzione, dell'omertà e dell'impotenza del popolo che vede nel racconto, nel canto e nella filosofia la propria valvola di sfogo (sono gli anni della violenta rivalsa del neapolitan power, dei film di de Crescenzo e Troisi). Si diffonde una sorta di saggezza popolare che sfocia in una coesione e in un senso di appartenenza ad una causa comune, che vede protagonisti il popolo minuto come gli intellettuali. Il titolo dell'album è emblematico: "Bella 'Mbriana" è lo spirito casalingo protagonista dell'antica leggenda napoletana. E' un racconto della vita quotidiana di questa città, vista però dall'interno, dallo sguardo disincantato di un popolano come un altro. Pino getta macchie vivide di colore che come un quadro espressionista, si conformano nel delineare la fisionomia più sincera e pura della città. https://www.debaser.it/pino-daniele/bella-mbriana/recensione
2006, pp. 144, con un inserto di 16 tavole a colori
ISBN: 9788860360649
«La storia che stiamo per raccontare ha dello straordinario. È la storia della canzone più famosa nel mondo, anzi nell’universo. Comincia a Napoli oltre un secolo fa, prende forma (forse) nella lontana Odessa, poi riparte da Napoli per diffondersi trionfalmente in ogni angolo della Terra...». Così Paquito Del Bosco conduce il lettore in questa curiosa e imprevedibile narrazione delle vicende che hanno accompagnato la nascita e lo straordinario successo internazionale di ’O sole mio. Scopriamo, per esempio, che Jurij Gagarin, nel corso del volo che portò per la prima volta un uomo intorno all’orbita lunare, scelse di intonare proprio ’O sole mio; oppure, che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 il direttore della banda musicale, che non aveva lo spartito dell’Inno nazionale italiano, scelse al suo posto di suonare ’O sole mio, che tutti i musicisti conoscevano a memoria. Oltre a cercare di fare chiarezza sui numerosi luoghi comuni che accompagnano la nascita della «canzone più famosa dell’universo» e di svelarne segreti meno noti, l’autore ne ripercorre anche la tormentata vicenda editoriale, non ancora conclusa. Con la competenza e la passione di un grande conoscitore della canzone napoletana, Paquito Del Bosco costruisce un percorso che attraverso suggestioni, aneddoti e un vasto, inedito apparato iconografico, narra la vicenda della canzone più amata e interpretata che la storia della musica ricordi.
Paquito Del Bosco è direttore artistico dell’Archivio sonoro della canzone napoletana realizzato da Radio-Rai e consulente della Direzione Teche-Rai. Esperto della canzone d’epoca, ha lavorato nei maggiori archivi nazionali, da quello di Stato all’Istituto Luce, dall’Archivio del movimento operaio a quello diaristico di Pieve Santo Stefano. Oltre venticinque anni fa ha riunito una delle maggiori raccolte di dischi a 78 giri esistenti in Italia, parzialmente pubblicata dalla Fonit-Cetra. https://www.donzelli.it/libro/9788860360649
"La storia che stiamo per raccontare ha dello straordinario. È la storia della canzone più famosa nel mondo, anzi nell'universo. Comincia a Napoli oltre un secolo fa, prende forma (forse) nella lontana Odessa, poi riparte da Napoli per diffondersi trionfalmente in ogni angolo della Terra...". Così Paquito Del Bosco conduce il lettore in questa curiosa e imprevedibile narrazione delle vicende che hanno accompagnato la nascita e lo straordinario successo internazionale di 'O sole mio. Scopriamo, per esempio, che Jurij Gagarin, nel corso del volo che portò per la prima volta un uomo intorno all'orbita lunare, scelse di intonare proprio 'O sole mio; oppure, che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 il direttore della banda musicale, che non aveva lo spartito dell'Inno nazionale italiano, scelse al suo posto di suonare 'O sole mio, che tutti i musicisti conoscevano a memoria. Oltre a cercare di fare chiarezza sui numerosi luoghi comuni che accompagnano la nascita della "canzone più famosa dell'universo" e di svelarne segreti meno noti, l'autore ne ripercorre anche la tormentata vicenda editoriale, non ancora conclusa.
' O sole mio è stata la canzone più famosa del globo per decenni, con la voce di Caruso è arrivata in tutti le parti del mondo» racconta Paquito Del Bosco, direttore dell' archivio sonoro della canzone napoletana e autore di un brillante saggio in uscita nei prossimi giorni per Donzelli (' O Sole mio, 16,90 euro). «E' quasi un sedimento ancestrale, perché parla del sole. Ma è anche un inno universale, un' elegia, un canto alla natura: è cugina di quel fratello Sole di San Francesco». Questa specie di inno planetario ha una storia che merita un romanzo, e il libro di Del Bosco quasi lo è, pieno di peripezie e colpi di scena. La canzone è del 1898, l' ha scritta Giovanni Capurro, poeta a tempo perso e socialista, paroliere per la Ricordi a 25 lire a canzone. La leggenda narra che Capurro abbia copiato l' idea del soggetto - il sole - ascoltando un canto in versi di un venditore di persiane ambulante. La musica di ' O Sole mio è invece di Eduardo Di Capua, classe 1865, mandolinista e compositore di una famosa troupe di "posteggiatori" (sua è anche I' te vurria vasà' e Torna di maggio). Di Capua scelse un bolero, un ritmo all' avanguardia per l' epoca. Ma sarà Caruso a dare alla canzone il successo internazionale, incidendola per la Voce del Padrone, e inserendola, tra le pochissime, nel suo repertorio di canzoni napoletane. E dopo Caruso sarà Elvis Presley a far sbancare ' O sole mio: nel '59, durante il servizio militare in Germania, ne ascolta una versione in inglese (There' s no tomorrow) e la trasforma in una versione cha-cha-cha: la celeberrima It' s now or never.
Ma questa canzone-manifesto è oggetto anche di un paradossale equivoco e di un mistero all' italiana. L' equivoco è nella traduzione italiana, che è sbagliata: il ritornello (Ma n' atu sole/cchiù bello, oj ne' ) non significa affatto che "un altro sole più bello non c' è". "Oj ne' " sta invece per "oj nenna", vale a dire ragazza, e sarebbe quindi lei l' altro sole. Sbagliata una volta la traduzione italiana, a catena tutte le traduzioni del mondo, dal Brasile alla Corea, dalla Bulgaria alla Svezia, perpetuano l' equivoco tra il sole che c' è o non c' è. Il mistero tutto italiano ha invece a che fare con i diritti d' autore: in teoria dovrebbero essere scaduti da un pezzo, ma invece gli eredi di un tal Mazzucchi, morto a 94 anni, si sono fatti avanti in tribunale, e hanno vinto la causa qualche anno fa, a Torino, sostenendo che Mazzucchi aveva collaborato con l' autore Di Capua: ragion per cui il tribunale ha, eccezionalmente, protratto i diritti della canzone fino al 2042.
Dodò e Freddy, due italiani che hanno superato da poco la soglia dei quaranta anni, girano vari villaggi turistici africani come animatori e intrattenitori. Mentre Freddy continua a trovare in questa occupazione motivi di divertimento, Dodò comincia invece a sentire il peso di una vita che si rivela priva di autentici punti di riferimento. Un giorno il piccolo aereo con cui si stanno spostando verso un nuovo ingaggio di lavoro insieme a Soraya, una turista italiana, ha un'avaria e cade in pieno deserto. A aiutarli arriva inaspettato padre Luca, un missionario italiano in quei luoghi da molti anni e ormai anziano. Padre Luca si dirige verso il piccolo villaggio, dove i tre si vedono costretti a soggiornare. Gli evidenti disagi vengono sopportati con la prospettiva di andare via al più presto.
Ma quando appare evidente che l'attesa sarà più lunga del previsto, gli inattesi ospiti devono fare i conti con una vita quotidiana difficile e molto precaria. Padre Luca un giorno si ammala, colpito dalla malattia del sonno. Proprio poco dopo è annunciato l'arrivo del vescovo in visita alla missione: per evitare che, vedendo il sacerdote malato, la missione venga chiusa dal vescovo, Dodò si fa convincere a prenderne il posto e, vestito da prete, accoglie il porporato, lo porta in giro, fa un appassionato discorso sulla situazione di quelle zone africane, chiede l'invio di fondi, che però, dice il vescovo, sono bloccati per il Giubileo.
È un peccato che Giobbe Covatta, cabarettista e scrittore comico di successo, sia stato così poco impiegato al cinema. La sua recitazione dimessa, di animo profondamente napoletano, riserva più di una sorpresa e rivela, oltre a un'innata simpatia, anche un talento umoristico non comune. In MUZUNGU (la prima parola con cui viene identificato Giobbe dalla tribù locale e cioè “uomo bianco”) fa capolino tutto il suo amore per l'Africa, tanto che soggetto e sceneggiatura (alla quale ha collaborato anche Vincenzo Salemme) sono firmati soprattutto da lui, già autore in televisione di numerosi speciali sulla vita nel Continente Nero. L'arrivo di due animatori turistici (Giobbe e il simpatico Paolo Maria Veronica) e di una turista (Emanuela Grimalda) in un villaggio “vicino” (si fa per dire, sette giorni di auto!) a Nairobi mette in contatto due realtà completamente diverse (il benessere e la povertà) facendo scoprire ai tre malcapitati vittime di un incidente aereo un mondo nuovo, semplice e sincero. Che il film, è ovvio, tende a esaltare rispetto al consumismo e al cinismo dell'Occidente (rappresentato - nel finale - dal vescovo cui dà voce e corpo Flavio Bucci). È gente che merita il nostro aiuto, ci dice Covatta, e in fondo arrivano a capirlo anche i tre “turisti per caso”, stimolati da un sempre bravo Felice Andreasi, da anni già insediatosi nel villaggio per fare del bene. Al di là del bel messaggio (ampiamente scontato e ingenuo) c'è comunque un film in definitiva piacevole, diretto discretamente da Massimo Martella (che evita gli eccessi paesaggistici e folkloristici che ci saremmo attesi) e, pur all'interno di una sceneggiatura banale, recitato con naturalezza encomiabile. Una buona sorpresa, insomma, per chi si aspettava solo zucchero, panorami e commozione.
Preziosa prova, l'ennesima, per Mauro Di Domenico, straordinario chitarrista napoletano (figlio del grande tenore Lello Di Domenico). Il video e il cd raccolgono brani scritti dallo stesso Di Domenico e veri pezzi si storia (basti citare Gracias a la vida di Violeta Parra o Creuza de Ma di Fabrizio De André).
Molti anche gli ospiti presenti, tra questi gli Intillimani, Horacio Duran, Luis Sepùlveda, Mauro Pagani e Company Segundo
Narrare attraverso la musica, la parola e le immagini.
E’ da qui che parte il nuovo progetto di Mauro Di Domenico, eclettico musicista ed appassionato ricercatore di visioni parallele che uniscono tutte le diverse forme di arte.
Il progetto (CD e DVD su etichetta Loro di Napoli – Rai Trade) è un ponte virtuale tra Napoli e Santiago del Chile, un gioco tra passato e presente, una ricerca tra melodie che evocano un certo passato e il ritmo della contemporaneità, un viaggio che parte da Sud ed arriva a Sud. Il tutto impreziosito dalle partecipazioni inedite in video-proiezione di LUIS SEPULVEDA, COMPAY SEGUNDO, INTI-ILLIMANI, VIOLETA PARRA del Poeta PABLO NERUDA e la voce indimenticabile di FERRUCCIO AMENDOLA.
Ecco come Mauro Di Domenico presenta questo progetto-spettacolo:
…il progetto “NATI IN RIVA AL MONDO” è dedicato a Neruda. E’ stato Lui a guidarmi fino a Isla Negra con il suono delle sue parole, quella voglia di frugare tra le sue cose, conoscere il suo sentiero, la sua casa, condividere ciò che vedeva il suo sguardo sempre rivolto al mare… Il progetto è un annodare di sollecitazioni emotive e musicali, arte e spirito, cercando di non scivolare nella malinconia nel "come eravamo" o nella retorica di certi proclami. Il mondo è pieno di Pinochet. Il mio intento è stimolare sempre l’utilizzo della memoria affinché ognuno di noi possa riconoscere in tempo la comparsa del proprio Pinochet. L’arte,in questo caso, ha questo dovere morale, un conto sempre aperto con l’umanità. “Il Cile di oggi insieme a quello che ho vissuto tra i giovani cileni mi ha lasciato una forte impressione. Una realtà ancora in bilico tra mantenimento della memoria storica per non dimenticare e perdita della stessa per coltivare il sogno di una rinascita d'identità storica, civile, culturale. La realizzazione di questo progetto è sta resa possibile dalla preziosa collaborazione del Governo del Cile-’Ambasciata del Cile in Italia – e la Fundacion Pablo Neruda. http://www.maurodidomenico.com/concept-album/6-nati-in-riva-al-mondo.html
Sottotitolo: Aldo Masullo intervistato da Claudio Scamardella
Descrizione: Edizione in formato 8° (cm 21 x 14); 257 pagine.
Luogo, Editore, data: Napoli, Alfredo Guida, ottobre 2008
ISBN13: 9788860424761
Un filosofo e un giornalista discutono della città deragliata, sospesa, delusa, futura.
….Prima che uomo di studi. Aldo Masullo è un uomo d’altri tempi, una persona perbene, interprete di un codice morale antico, capace di trasmetterlo agli altri, ai più giovani. E la ragione sta nel fatto che non è mai diventato prigioniero della sua epoca pur avendo raggiunto quella età in cui si è portati, naturalmente, a vivere di ricordi e nostalgie, a proiettare lo sguardo all’indietro piuttosto che verso il futuro, a perdere il gusto della sfida e del rischio. Si dice che il tempo del “saggio” sia il passato perché, a cominciare da una certa età, i ricordi – e con essi i rimpianti e i rimorsi – diventano più forti delle speranze. Forse è vero, ma il segreto di Masullo è l’opposto: il suo tempo non è – e non è mai stato il passato. Per questo la sua voce è ancora tra le più ascoltate e rispettate dall’intera città. Dietro questo libro-intervista ci sono quasi cinquanta ore di conversazioni registrate. Domande e risposte, ma anche lunghe riflessioni del filosofo, talvolta qualche divagazione. Quali sono le ragioni che fanno di Napoli una città sempre al centro dell’attenzione mediatica e non? Prova a dare una spiegazione storica il filosofo Aldo Masullo intervistato del giornalista Claudio Scamardella. Si tratta di una riflessione a freddo e lontana dai clamori del circuito mass-mediatico sulle ragioni storiche che negli ultimi cinque secoli hanno determinato ritardi e arretratezze di Napoli, fino alla drammatica crisi dei rifiuti, ma anche sulle opportunità di rilancio della città nel mondo globalizzato e con il ritrovato ruolo strategico del Mediterraneo.
Un’ intervista con Masullo, una riflessione sulla città. Filosofo, parlamentare per quattro legislature, possibile candidato a sindaco di Napoli nel 1993, incalzante coscienza critica della politica e della vita civile napoletana, Masullo, intelligentemente provocato dal suo intervistatore che si segnala anche per la lucidità e la brillantezza della scrittura, è un vulcano di idee. Napoli appare al centro di quattro scenari, rappresentati in sequenza attraverso tre metafore negative, tre condizioni del vissuto tra passato e presente, e una possibile prospettiva: dunque, “la città deragliata”, “la città sospesa”, “la città delusa”, “la città futura”. Nel descrivere la prima condizione di Napoli, Masullo riprende tutte le figure e i temi presenti nel “moralismo classico” (Giovanni Macchia) e che sono stati efficacemente fissati da Giacomo Leopardi ben prima che sociologi e politologi di vario orientamento proponessero schemi e categorie interpretative solo in apparenza originali: in sostanza e in breve sintesi, a Napoli il senso della comunità, con tutti i suoi aspetti negativi e patologici, prevarrebbe di gran lunga sul senso della società. Ma di suo Masullo aggiunge molto altro. La metafora del treno deragliato rappresenterebbe la condizione storica di immobilità vissuta dalla città. Essa produce movimenti senza passi in avanti come quelli delle anime del purgatorio che salgono e scendono nell’ immaginario popolare. Così Napoli, nell’ interpretazione del filosofo, sarebbe stata esclusa dalla storia, cioè dalla modernità, per gli effetti della scoperta dell’ America, che comportarono l’ emarginazione del Mediterraneo dalla nuova economia-mondo, e per non aver partecipato alla grande ondata della rivoluzione francese. Sarebbe fin troppo semplice replicare da storico al filosofo che l’ Europa non ha prodotto un unico modello di modernità, che essa ha imboccato più vie e che Napoli, pur appartenendo a quella che Giuseppe Galasso ha chiamato “l’ altra Europa”, è pur sempre parte integrante della storia di questo continente. Insomma la metafora della città deragliata allude alla fuoruscita di Napoli dal binario unico della storia: una metafora, come tante altre, a mio parere assai poco produttiva per cogliere il senso profondo delle vicende della città. Il secondo scenario è quello della “città sospesa”: tra la fine dell’ industrializzazione e la società postindustriale, tra eccesso di Stato come erogatore di risorse finanziarie, ammortizzatore sociale, mediatore politico, e assenza di Stato come insieme di funzioni di governo e controllo del territorio, di promozione di sviluppo non effimero, eccetera.
La storia di una diciannovenne napoletana, la Rossa, in un arco di tempo che va dalla primavera all'ultimo dell'anno. Muovendosi nei più infimi quartieri di Napoli, con una breve e sfortunata capatina sulla riviera romagnola, la protagonista precipita sotto la soglia dell'inferno quotidiano, nel quale annaspano la sua famiglia e gli amici, fino a trovare la morte in una spiaggia desolata, per mano di due killer, nella notte di San Silvestro.
" Un messico napoletano" è il titolo di un piccolo, ma denso romanzo di Peppe Lanzetta. E' la storia di Anna detta "la rossa" che vive a Scampia, un quartiere di Napoli, tristemente famoso. E' il racconto asciutto e sintetico di vite rovinate dalla droga, dalla sete di potere, e dall'illusione del denaro facile. Storie di ordinaria quotidianietà napoletana. Ma dal libro, quasi magicamente escono corposi e abbondanti i profumi di questa terra, contraddittori e forti, esasperati e indimenticabili. Una babilonia che ricorda le miserie umane, viscerali e intense. Anna è sola di fronte a questo surreale e concretissimo ingranaggio, e come, spesso succede qui, o fai finta di non vederlo e lo subisci , o la tua vita diventa un inferno. Tutto questo vede "...Castel dell'Ovo, imponente, con le sue fondamenta nell'acqua di sale, castello salato, ventilato, bagnato, pieno di ricordi, misteri, bugie, vendette, faide e gelosie...stava lì muto, cieco sordo, avvolto nel suo silenzio e nella sua pietra di tufo...." http://www.peppelanzetta.it/bibliografia-peppe-lanzetta/43-qun-messico-napoletanoq-feltrinelli-1994